
Devo parlare con mio padre ma non lo faccio.
La mia scusa è che da qualche settimana, e così anche adesso, ci troviamo a chilomentri di distanza e non mi va di affrontare il discorso per telefono. Durante le prossime feste di Natale tornerò a casa, potrebbe essere quella l’occasione per chiarire, ma non so. Potrebbe anche essere l’occasione per parlare con mia madre e con mio fratello, ma non credo.
In una società più matura non ci sarebbe bisogno che un figlio spieghi alla famiglia che cosa significhi essere omosessuali. Odio questa società. Odio questa ignoranza. Odio questa solitudine.
Eppure il desiderio di vivere alla luce del sole insiste e conta i secondi, mi fa segno di sbrigarmi. Perché sono stanco di sorridere alle battute di mio fratello sulle belle gnocche che passano in tv. Stanco di ascoltare mia madre che mi esorta a sbrigarmi, a prendere la laurea, a lavorare e a trovare una bella ragazza.
Ma tutte queste torture non finiranno, vero? Neanche dopo aver fatto coming out. C’è un mondo che mi/ci guarda con gli occhi storti e quelli come me sono chiamati – in vario modo – a lottare. Forse fra due o tre generazioni, il mondo sarà un posto migliore per i gay, le lesbiche e il resto della compagnia. Sono nato nel secolo sbagliato.
allora, chiariamo un po’ di dettagli:
TU non sei sbagliato
TU non sei nato nel secolo sbagliato (forse nel paese sbagliato, ma questa è un’altra storia)
TU vai bene così come sei, pregi & difetti inclusi
ok?
tutto il resto sono masturbazioni cerebrali (cfr
http://youtu.be/13fuhrEc5ko
gran bel pezzo!)
e quanto al coming out, gestiscitelo coi TUOI tempi, non coi loro!
:*
“(forse nel paese sbagliato, ma questa è un’altra storia)”
Sempre meglio che in Iran.
Giusto per sdrammatizzare; al peggio non c’è mai fine.
Ed anche per quanto riguarda il secolo, poteva andarti peggio. Decisamente.
Ed anche alla solitudine c’è qualcosa di peggio; il martoriare, torturare sé stessi, abbandonare noi stessi prima degli altri. Mutilandoci, sforzandoci di essere ciò che non siamo.
E sia chiaro; queste mie parole non sono un invito forzato al coming out, terrorismo psicologico che non mi appartiene, piuttosto, l’opposto; fai in modo che l’aprirti, il rivelare te stesso, possa diventare un’arma quale impugnatura è dalla tua parte. Fatti forza della possibilità di riconoscere le persone che meritano il tuo affetto attraverso il coming out; non viverlo come un obbligo, né come un traguardo, non lo devi a nessuno, perché la felicità è da ricercarla altrove, non nella comprensione nella gente o, perfino, in quella triste ricerca di accettazione e “normalità” di tanti.
Anche se non mi trovo d’accordo con il ragionamento “pensa a chi sta peggio di te”, grazie per le parole :) So di doverlo a me stesso, ti abbraccio :)
Sento il forte desiderio di viver-ci alla luce del sole. Io darei la vita per quelle mani, quella stanza buia, per quella cosa solo mia. Solo nostra. Che nessuno può buttare giù.
Ma non mi bastano più quei ritagli di intimità. Perché la mia mano cerca la sua spalla anche in mezzo alla gente. E’ un automatismo che la natura aveva in serbo per me.
Perché stringere i denti quando qualcuno dice stronzate è diventato difficile. Per fortuna che sono quasi sordo. Ma gli occhi non sanno mai mentire. Purtroppo.
Le tue parole mi mandano in pezzi, perché sono anche le mie.
Sai, in questi giorni ho ricordato a me stesso una cosa importante: io – ed io soltanto – sono padrone della mia vita. E vale anche per te.
Un po’ sulla scia dei commenti che hanno preceduto il tuo, c’è da riprendere in mano la situazione, ma con calma, senza foga. Riscoprire quella “coscienza solitaria e sicura della propria forza” e fare un passo avanti, nella direzione che sentiamo giusta.
Ti abbraccio.