E poi ancora alberi e così via.

Tra cambi e attese, dopo un’ora e mezza di aereo, avevo di fronte altre tre ore di treno. Scelgo quindi un posto vicino al finestrino. Un po’ come a tutti, piace anche a me guardare il paesaggio che scorre. È come vedere la pellicola di un film o come quando si piega un libro e con le dita lasci che le pagine prendano aria velocemente.

Immerso in questa romanticheria, ricevo una telefonata da mio padre. Come avevo già scritto, finalmente avevo potuto dirgli la verità, che stavo raggiungendo il mio ragazzo. Bello, vedere il suo nome lampeggiare sullo schermo del mio cellulare. Bello, poter parlare in quel momento e in quelle circostanze con la stessa persona che qualche mese prima, al mio annuncio (al mio coming out), aveva replicato immediatamente con un semplicissimo “ti voglio bene lo stesso”.

Rispondo e mi dice:

- “Puoi ascoltarmi?”
- “Sì, certo, Papà”
- “Stai facendo la più grande cazzata della tua vita”
- “Di che stai parlando?”
- “Come di che sto parlando? Che cosa stai facendo per adesso?”

A quel punto avevo già capito che si riferiva al viaggio, al fatto che sono gay e a tutto ciò che ci gira attorno.

- “Papà, dì quello che devi dire.”
- “Mi riferisco alle decisioni che stai prendendo, a quelle che hai preso”
- “Quali decisioni, papà? Chiama le cose con il loro nome…”
- “Hai capito di cosa parlo. Stai facendo una cazzata e io ti voglio avvertire prima che sia troppo tardi. Quando fai le cose nella vita, devi sempre lasciarti una via di fuga, una porta aperta…”
- “Una via di fuga? Ma che stai dicendo?”
- “Sei sempre in tempo…”

C’era troppa gente sul treno per rispondergli così come sentivo di dovergli rispondere. L’ho quindi salutato nel modo più composto e “a modo” possibile, invitandolo ad usare il numero di telefono che gli avevo dato il giorno del mio coming out (un numero dell’Agedo). L’ho salutato e ho chiuso il telefono. Sul treno, due file più in là, una ragazza sbaciucchiava il collo del suo ragazzo, facendogli il solletico. Felici, ridevano come gli scemi.

Ho ridato uno sguardo al finestrino e al paesaggio. Case, alberi, macchine e ancora alberi e poi altre case, strade e così via. Tutto continuava a scorrere, giustamente. Poi vedo un pino altissimo, stiamo quasi per raggiungerlo. Lo punto e gli appiccico sopra quella telefonata. E il dolore e le lacrime e tutto quei pensieri che stavano mangiandomi il cervello. Gli ho appiccicato sopra tutto e l’ho visto andare via, quell’albero, portandosi dietro le parole più odiose mai sentite da mio padre. Fanculo. No, non mi avrebbe rovinato il viaggio.

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5 pensieri su “E poi ancora alberi e così via.

  1. elfobruno

    I genitori hanno sempre paura. E a un certo punto vedono te, il resto del mondo e sullo sfondo il terrore che tu scelga una sorta di esilio da ciò per come “deve” essere. Puoi solo fargli capire che la vita degli altri non “deve” ma “può” (anche) essere. Fargli capire che tu non escludi nessuno dal tuo abbraccio e dall’anelito all’assoluto. Le tue braccia stanno lì, pronte ad accogliere chiunque lo desideri. Poi chi lo rifiuta se ne dovrà prendere la responsabilità. Perché la vita non deve, ma può accadere. In ogni direzione. Fai un buon viaggio e sii una cosa sola con l’universo.

    Risposta
  2. Michele Darling Autore articolo

    So di avere appena iniziato ma sono anche già tanto stanco. Probabilmente è solo una fase passeggera. Domani andrà meglio, sicuramente è così, non mi piace piangermi addosso e quindi ci metto qui un sorriso :) Ma – potessi – lascerei scorrere il rubinetto. Però è finito quel tempo. Allora piangevo perché non mi accettavo e non voglio più vedere lacrime. Non mi donano :D … :) …
    A pensarci bene, quello che più mi manca è poter rispondere senza preoccuparmi delle conseguenze, caricando d’odio e violenza le mie parole – sì, odio e violenza – sfruttando l’intero dizionario delle parolacce e chi se ne frega se poi faccio l’immaturo. Quanto vorrei fare l’immaturo! Quanto vorrei non sapere che comportarsi da immaturo è una pessima mossa.
    Quindi vado avanti, con calma e pazienza, con un sorriso.

    Risposta
  3. elfobruno

    purtroppo la situazione in Italia è difficile perché non esiste chi prepara culturalmente noi tutti/e ad accettare la diversità.

    Ti consiglio di andare avanti per la tua strada, facendo presente a chiunque che si è bene accetti in quel percorso ma alle tue condizioni. Certo, lasciando massimo spazio al dialogo, alla comprensione, all’ascolto delle perplessità.

    Ma la vita è tua e vivere quella di qualcun altro non ha mai aiutato nessuno. Ti abbraccio. Davvero.

    Risposta
  4. Pingback: Ventisette anni e una chiacchierata con papà « Darling Michele

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